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Oggi, 31 marzo 2014, entra in vigore il nuovo regolamento dell’AGCOM (adottato lo scorso 12 dicembre con delibera n. 680/13/CONS) volto ad offrire ai titolari di un diritto d’autore sulle opere digitali, diffuse tramite le reti di comunicazione elettronica, e dei diritti ad esso connessi, una tutela quanto più immediata ed efficace possibile, in risposta alla estrema velocità con cui le informazioni si diffondono tramite simili mezzi di comunicazione. 

Continue Reading Una tutela rafforzata per il copyright sul web e sui media

copyight.JPGNella recente sentenza 9917/12 (disponibile qui – pag. 47 e ss.) il Tribunale di Milano si esprime sulla incompatibilità dell’art. 239 c.p.i. con il diritto comunitario. Come è noto, la norma – introdotta nella sua prima versione nel 2001 – ha subito numerose modifiche fino ad arrivare alla versione attuale – introdotta il 15 febbraio 2012. Essa stabilisce che “i terzi che avevano fabbricato o commercializzato, nei dodici mesi anteriori al 19 aprile 2001, copie di opere del disegno industriale in pubblico dominio non rispondono della violazione del diritto d’autore compiuta proseguendo questa attività anche dopo tale data, limitatamente ai prodotti da essi fabbricati o acquistati prima del 19 aprile 2001 e a quelli da essi fabbricati nei tredici anni successivi a tale data e purché detta attività si sia mantenuta nei limiti anche quantitativi del preuso” (per un sunto della questione si vedano i precedenti post qui, qui e qui). Secondo i giudici milanesi, una moratoria decennale “risulterebbe in sé disapplicabile dal giudice ordinario” in quanto fisserebbe un termine “espressamente dichiarato incompatibile con la Direttiva 98/71/CE nella sentenza della Corte di Giustizia CE del 28.1.2011”. Se sono troppi i dieci anni sui quali si è pronunciata la Corte di Giustizia UE, che dire dei tredici anni che prevede la norma attualmente in vigore? Che sia la fine del 239 c.p.i.?

post 239 senato.bmpNella serata di ieri il Senato ha approvato la proposta di emendamento al DDL di conversione del c.d. “Decreto Milleproroghe”  del 29 dicembre 2011, che riscrive per l’ennesima volta l’art. 239 CPI del Codice della Proprietà industriale, in materia di protezione per diritto d’autore delle opere di design classico. Come già annunciata qualche giorno fa sul nostro blog (qui), la proposta di modifica mirava ad ottenere un’estensione del periodo di moratoria a favore delle aziende produttrici di copie degli oggetti di classic design tutelate dal diritto d’autore, attualmente di cinque anni a partire dal 19 aprile 2001. L’emendamento – che proponeva un periodo di moratoria di 15 anni (fino al 2016) – è stato approvato in forma modificata dal Senato, che ha ridotto il periodo di moratoria a 13 anni (fino al 2014).  In attesa di vedere cosa succederà in sede di terza e ultima lettura alla Camera, ci limitiamo a segnalare che la sentenza della Corte di Giustizia, nell’esprimersi sulla vecchia versione dell’art. 239 che, prima della riforma  2010, prevedeva una moratoria di dieci anni (caso Flos (C-168/09, anche questa ampiamente commentata qui e qui) si era già espressa nel senso che “un periodo transitorio di dieci anni non appare giustificata dalla necessità di garantire gli interessi economici dei terzi in buona fede, poiché risulta che un periodo più breve sarebbe parimenti idoneo a permettere la cessazione progressiva dell’attività nei limiti dell’uso anteriore e, a fortiori, a smaltire le scorte. Inoltre, una moratoria decennale della protezione del diritto d’autore risulta andare al di là di quanto necessario, poiché, sottraendo dieci anni dal periodo di tutela di un’opera – cioè, in linea di principio, 70 anni dopo la morte dell’autore – l’applicazione della tutela del diritto d’autore è rinviata per un periodo sostanziale di tempo”. Il senato ha quindi “bypassato” la sentenza della Corte. Il testo torna ora alla Camera.

 

punto_esclamativo.jpgDopo il tentativo fallito dell’estate scorsa (vedi qui) si torna a parlare di tutela autoristica del design classico. Giovedì scorso le commissioni Affari Costituzionali e Bilancio della Camera hanno approvato un emendamento al disegno di legge di conversione del c.d. “Decreto Milleproroghe” che contiene una norma di modifica del famoso articolo 239 del Codice della Proprietà Industriale. L’emendamento (di cui si può trovare il testo qui) proposto dal deputato del PD Rolando Nannicini prevede l’inserimento nel disegno di legge dell’Art. 22-bis che riscrive il 239 CPI come segue: “La protezione accordata ai disegni e modelli ai sensi dell’ articolo 2, n. 10), della legge 22 aprile 1941, n. 633 , comprende anche le opere del disegno industriale che, anteriormente alla data del 19 aprile 2001, erano, oppure erano divenute, di pubblico dominio. Tuttavia i terzi che avevano fabbricato o commercializzato, nei dodici mesi anteriori al 19 aprile 2001, prodotti realizzati in conformità con le opere del disegno industriale allora in pubblico dominio non rispondono della violazione del diritto d’autore compiuta proseguendo questa attività anche dopo tale data, limitatamente ai prodotti da essi fabbricati o acquistati prima del 19 aprile 2001 e a quelli fabbricati nei quindici anni successivi a tale data e purché detta attività si sia mantenuta nei limiti anche quantitativi del preuso”. La norma, se approvata, comporterebbe una proroga di altri dieci anni (rispetto ai cinque previsti dalla norma attualmente vigente) del periodo di esenzione per le aziende produttrici di copie dei prodotti di classic design tutelate dal diritto d’autore. In sostanza le aziende produttrici che da anni copiano le opere tutelate dal diritto d’autore potrebbero continuare a farlo fino al 2016. Nel virgolettato dell’On. le Nannicini riportato da Rita Fatiguso su Il Sole 24 Ore di ieri, il firmatario dell’emendamento dichiara: “Non metto in discussione il principio della proprietà industriale, però bisogna affrontare la questione dal punto di vista dell’economia. Dobbiamo dare il tempo alle aziende italiane che da anni producevano questi mobili o accessori di ristrutturare la produzione. Altrimenti mettiamo a rischio migliaia di posti di lavoro in Italia perché questi mobilifici producono tutto in Italia”. Alle parole di Nannicini seguirà sicuramente la reazione dei titolari dei diritti che, se la norma dovesse essere approvata, vedrebbero ulteriormente e significativamente posticipata la possibilità di godere dell’esclusiva sul classic design.  Intanto, è pure di ieri la notizia che il disegno di legge che doveva approdare in aula a Montecitorio dovrà tornare in commissione per un’ulteriore esame. Quindi appuntamento rinviato pare a oggi alle 19,30. Martedì 31 marzo il voto finale sul testo, che passerà poi all’esame del Senato.  

duomo.jpgCon ricorso depositato nell’estate del 2011 innanzi al Tribunale di Milano – Sezione specializzata in proprietà intellettuale, KayOne (al secolo, Marco Mantovani, il writer milanese passato in breve tempo dai murales e graffiti di strada alle gallerie e alla patina delle riviste d’arte contemporanea) ha agito in via cautelare nei confronti del writer concorrente Nicola Leonetti, reo di avere pubblicato sul suo blog “Arteblog Italia Leonettinicola” immagini di opere realizzate da KayOne senza l’attribuzione dell’effettiva paternità, nonché una serie di oltre 80 opere realizzate dallo stesso Leonetti che – secondo quanto prospettato da KayOne – costituivano un plagio delle sue opere, in quanto presentavano gli elementi caratterizzanti ed il linguaggio pittorico che da sempre contraddistinguono lo stile e le opere di KayOne. Investito della questione (nell’ambito della quale Nicola Leonetti non si è nemmeno difeso, rimanendo contumace) il giudice ha rilevato che è stata fornita la prova del fatto che le opere di KayOne sono state proposte sul blog del concorrente senza attribuzione di paternità e che ciò – unitamente al fatto che lo stesso Leonetti si definiva nel proprio blog “artista, writer e giocoliere del colore” è comportamento idoneo a ingenerare nei visitatori del blog la convinzione che si tratti di opere di Leonetti, con conseguente violazione dei diritti d’autore sulle opere di KayOne. Per quanto riguarda le oltre 80 opere sospettate di plagio, il giudice ha operato un confronto diretto tra dette opere e le opere realizzate da Kay One e ha rilevato nelle opere di Leonetti un intento meramente riproduttivo. Le stesse presentano infatti “gli elementi stilistici che possono ritenersi propri della personalità artistica di KayOne, quali il costante utilizzo del colore bianco e grigio, delle lettere a “stencil”, di retini, trasparenze, figure di rombi, linee appuntite, di spruzzi ad andamento circolare, il tutto caratterizzato da sgocciolature e schizzi che richiamano uno stile di pittura energico e dinamico che ne rivela la sostanziale impulsività”. Ciò a prescindere dalle differenze che pur caratterizzano le opere di Leonetti, ritenute tuttavia insufficienti al fine di escludere la violazione, in quanto prive di un autonomo valore creativo. Sulla valutazione del giudice ha peraltro giocato un ruolo determinante la condotta concretamente tenuta da Leonetti, consistita nell’esporre le sue opere e le opere di KayOne nello stesso spazio web “senza menzionare il nome dell’autore e dunque di fatto attribuendo a sé la paternità delle stesse” e proponendo foto del laboratorio di KayOne, nonché di una tela dello stesso artista esposta in occasione di una rassegna artistica e che tradiscono l’intento di effettuare una costante e pedante riproduzione. Il giudice ha pertanto disposto la rimozione delle immagini contestate dal blog del resistente, il sequestro delle opere realizzate da Leonetti in violazione dei diritti d’autore di KayOne e la pubblicazione dell’ordinanza su una rivsta specializzata del settore. 

ris-roma-2.jpgCon ordinanza del 20 ottobre 2011 il Tribunale di Roma ha deciso l’ennesimo caso promosso da RTI a tutela dei diritti di utilizzazione e sfruttamento economico  sui propri programmi televisivi nei confronti di internet service providers. In particolare, RTI ha depositato ricorso cautelare con cui chiedeva di ordinare alla VBBCOM Limited di rimuovere dal portale internet (www.videobb.com) dalla stessa gestito numerosi contenuti audiovisivi che riproducevano programmi RTI (in particolare “Squadra Antimafia 3 Palermo oggi” e “RIS Roma 2”). Il giudizio cautelare è stato instaurato anche nei confronti della società Choopa LLC, gestore del server su cui è ospitato il portale Videobb . Il Tribunale di Roma ha accolto la domanda nei confronti del gestore del portale VBB, motivando che lo stesso – riservandosi ogni diritto di sfruttamento commerciale dei contenuti caricati dai singoli utenti e intervenendo con operazioni tecniche di organizzazione e selezione di detti contenuti finalizzate ad una migliore fruizione da parte degli utenti, non possa qualificarsi come semplice hosting provider e quindi non possa beneficiare dell’esenzione di responsabilità prevista dagli artt. 12 – 14 della direttiva 2000/31 e 14 – 16 del d. lgs. 70/03, né dell’esenzione dall’obbligo generale di sorveglianza di cui all’art. 15 della direttiva 2000/31 e 17 del d. lgs. 70/03. La domanda non è stata tuttavia accolta nei confronti di Choopa, il gestore del server. Il giudice – adottando la precedente impostazione già adottata dal Tribunale di Roma secondo cui, nonostante l’esenzione prevista dall’art. 16 del d. lgs. 70/2003, l’hosting provider deve comunque ritenersi responsabile  qualora esso “non abbia prontamente ottemperato all’ordine dell’autorità giudiziaria od amministrativa di impedire l’accesso alle informazioni illecite oppure nell’ipotesi in cui esso, consapevole del carattere illecito o pregiudizievole per un terzo del contenuto di un servizio di cui assicura l’accesso alla rete, non abbia provveduto ad informarne l’autorità competente” – ha tuttavia rilevato che RTI non ha provveduto ad informare Choopa con una diffida dettagliata e che pertanto, non essendo stata messa al corrente, Choopa non può essere ritenuta responsabile. Ha altresì rilevato che, a seguito della presentazione del ricorso e dell’indicazione da parte di RTI degli effettivi indirizzi URL che riconducevano ai contenuti ritenuti illeciti, Choopa ha provveduto alla loro rimozione, concludendo per “l’inesistenza nel caso di specie di una condotta effettivamente rilevante sotto il profilo della responsabilità civile”. Ne consegue il rigetto della domanda di inibitoria nei confronti di Choopa. E’ interessante notare che il giudice, nel motivare il rigetto, ha altresì precisato che “né, d’altra parte, appare concedibile nei confronti di un soggetto ritenuto non responsabile un provvedimento inibitorio destinato a prevenire possibili condotte illecite altrui non ancora realizzate, non essendo esigibile nei confronti di Choopa, in quanto hosting provider passivo, l’esercizio di un controllo preventivo in riferimento a tutti e a ciascuno dei contenuti che fossero ospitati sui siti dei propri server”. Sembra dunque risolto il profilo di criticità che avevamo già sollevato nei confronti di precedenti già decisi dai tribunali italiani, circa il fatto che i provvedimenti di inibitoria di volta in volta adottati – nella parte in cui inibivano la prosecuzione e ripetizione dell’illecito – avrebbero imposto all’hosting provider di verificare il proprio server rispetto alla presenza di contenuti illeciti che potessero esservi caricati in futuro da utenti del servizio, in contrasto con l’esenzione da responsabilità e da obbligo di sorveglianza previsti dalla legge. Siamo quindi finalmente arrivati al nocciolo della questione, e cioè quale sia la corretta definizione di service provider ai fini dell’esenzione di responsabilità prevista dalla legge.  Secondo la più recente giurisprudenza sembrerebbe bastare una qualche attività orgnaizzativa dei contenuti foprniti da terzi per essere eslcusi dall’esenzione.

gemelli.jpgLa sentenza del Tribunale di Milano nel caso RTI contro Yahoo di cui ho parlato nel mio post di pochi giorni fa, che ho nel frattempo letto per intero, è praticamente identica a quella con cui lo stesso tribunale (e quasi lo stesso collegio) ha inibito Italia Online (Libero) qualche mese fa, sempre nei confronti di RTI. Anche in questo più recente caso, infatti, il Tribunale conclude che Yahoo non è un prestatore di servizi passivo, bensì un soggetto che, in quanto svolge un servizio quantomeno di hosting  attivo, non può beneficiare dell’esclusione di responsabilità stabilita dagli artt. 16 e 17 d.lgs. 70/2003. Interessante però, in questa più recente sentenza, il passaggio dedicato a quello che Yahoo avrebbe dovuto fare, una volta ricevuta la diffida, da Yahpp ritenuta troppo generica per poter consentire l’intervento di rimozione dei contenuti. Secondo il Tribunale, benché vi sia una “impossibilità anche per il prestatore di servizi che fornisca un hosting attivo di poter procedere ad una verifica preventiva del materiale immesso quotidianamente dagli utenti, non potendosi ritenere tale verifica quale comportamento effettivamente esigibile per la complessità tecnica che un controllo del genere richiederebbe”, vero è anche che “la diffida in questione indicava i singoli programmi televisivi dai quali erano tratti i video contestati (in particolare trasmissioni Amici, il Grande Fratello, Le Iene, Striscia la notizia, Zelig), trasmissioni peraltro di notevole successo e rispetto alle quali un superficiale e rapidissimo controllo avrebbe dimostrato  quantomeno la fondata titolarità dei diritti di RTI (…) la mancata specifica individuazione dei filmati contestati non risultava elemento atto ad impedire alla convenuta ogni (dovuta) attività di verifica e controllo, tenuto conto che essa avrebbe potuto agevolmente essere svolta proprio utilizzando gli stessi strumenti informatici posti a disposizione dei visitatori di ‘Yahoo! Video’ per la ricerca di contenuti tramite parole-chiave riproducenti i titoli delle menzionate trasmissioni”. In altre parole, secondo il Tribunale, benché un controllo preventivo non sia esigibile, una volta ricevuta una diffida individuante titoli di programmi televisivi di proprietà di RTI, Yahoo avrebbe dovuto ricercare all’interno dei propri server tutti i video ad essi relativi ed eliminarli. Ma non so se questo davvero non rappresenti, alla fine, l’imposizione di un obbligo di ricerca e controllo preventivi. Nel mondo di Internet tutto cambia velocemente: gli utenti oggi caricano un contenuto e domani lo eliminano e ne caricano un altro. In quest’ottica mi risulta difficile riuscire a collegare una diffida (ed a maggior ragione un provvedimento di inibitoria), che non faccia riferimento ad uno specifico video ed ad uno specifico URL, ad un determinato momento temporale del passato. Il controllo, in quest’ottica,  sembrerebbe diventare pertanto necessariamente un controllo preventivo, prestandosi a tutte le critiche di cui già si è detto commentando le precedenti decisioni.

duomo di milano.jpgContinua la saga delle cause per violazione di diritto d’autore contro Internet Service Providers (ISP), o comunque soggetti che si definiscono tali, rispetto alla pubblicazione di contenuti audio-video. E’ uscita ieri sulla stampa (vedi ad esempio qui) la notizia di un’altra recentissima vittoria del gruppo Mediaset – RTI  nei confronti di Yahoo, davanti al Tribunale di Milano. Non ho ancora visto il testo del provvedimento e quindi non posso fare commenti approfonditi. Solo mi sembra di poter dire che, anche alla luce del recente provvedimento del Tribunale di Roma nel caso About Elly (vedi post qui), il Tribunale di Milano sia davvero la venue più adatta per i titolari dei diritti e, al tempo stesso, quella più pericolosa per gli ISP. Spero di poter commentare presto le motivazioni della decisione.

about elly.jpgE’ dell’11 luglio scorso la decisione con cui il Collegio della Sezione specializzata in materia di proprietà industriale ed intellettuale del Tribunale di Roma ha riformato la decisione del G.D. che in prime cure aveva concesso la richiesta di inibitoria nei confronti di Yahoo in riferimento alla pubblicazione illecita del film o di brani del film About Elly. Si veda il precedente post qui. In sostanza, il Collegio ha ritenuto che la ricorrente PFA Films non avesse fornito la prova della violazione, ovverosia avesse omesso di indicare (e documentare) quali fossero esattamente gli URL collegati al contenuto pretesamente illecito, notando che tale “genericità” della contestazione fosse stata sollevata da Yahoo in propria difesa non solo nel corso del giudizio, ma anche in risposta alla diffida stragiudiziale inviata da PFA Films prima di adire il Tribunale di Roma. Sembrerebbe dunque che il Collegio abbia risolto una delle maggiori criticità dei noti precedenti romani (fra tutti il caso RTI contro Google, su cui sempre qui), confermando cioè che, in ottemperanza al principio per cui l’Internet Service Provider non soggiace ad un obbligo di sorveglianza circa i contenuti immessi dagli utenti, la contestazione generica non può avere l’effetto di determinare l’obbligo del “take down”. Ed è abbastanza immediata l’ulteriore conclusione che, se la contestazione deve essere specifica e cioè fare riferimento a specifici URL sui quali l’ISP possa intervenire, non sarà giustificabile un’inibitoria pro-futuro, come quella data ad esempio nei confronti di Google nel caso contro RTI. Qualcuno potrebbe sentire in ciò un richiamo a quanto detto dalla Corte di Giustizia nel recente caso EBay (vedi post qui) se non fosse che la decisione del collegio romano è precedente a quella della Corte UE. In ogni caso, come ho già notato, tutto si supera, a detta almeno del Tribunale di Milano, affermando che il soggetto in questione (in quel caso si trattava di IOL e del portale www.libero.it – vedi post qui), non è in realtà un Internet Service Provider, ma un Content Provider e che, pertanto, l’esenzione di responsabilità prevista dalla legge non si applica, né ha più senso parlare dell’esistenza o meno di un obbligo di sorveglianza poiché il Content Provider ha la responsabilità diretta dell’inserimento dei contenuti online. Forse dopo questa ultima decisione romana i titolari dei diritti inizieranno a spostare i contenziosi da Roma a Milano. Di sicuro non è finita qui.

 

 

 

maschera_carnevale1.jpgE’ di ieri l’entrata in vigore della legge di conversione con modificazioni del D.L. 70/2011 del il 13 maggio scorso, che aveva introdotto l’ennesima modifica al testo dell’art. 239 CPI in materia di tutela di diritto d’autore dei disegni e modelli.  Vedi i post precedenti sull’argomento qui, qui e qui. La legge di conversione (legge 12 luglio 2011, n. 106) ha però soppresso completamente il comma 10 dell’art. 8 del decreto legge e, quindi, cancellato l’ultima revisione all’art. 239 CPI, il cui testo torna pertanto ad essere quello derivante dalla riforma della scorsa estate, cioè il seguente:  “La protezione accordata ai disegni e modelli ai sensi dell’ articolo 2, n. 10), della legge 22 aprile 1941, n. 633 , comprende anche le opere del disegno industriale che, anteriormente alla data del 19 aprile 2001, erano, oppure erano divenute, di pubblico dominio. Tuttavia i terzi che avevano fabbricato o commercializzato, nei dodici mesi anteriori al 19 aprile 2001, prodotti realizzati in conformità con le opere del disegno industriale allora in pubblico dominio non rispondono della violazione del diritto d’autore compiuta proseguendo questa attività anche dopo tale data, limitatamente ai prodotti da essi fabbricati o acquistati prima del 19 aprile 2001 e a quelli da essi fabbricati nei cinque anni successivi a tale data e purché detta attività si sia mantenuta nei limiti anche quantitativi del preuso “. Niente di fatto, quindi, per le lobby dei “copiatori”. Che sia finita qui?