The Next Rembrandt” [ING Group, CC BY 2.0 https://creativecommons.org/licenses/by/2.0, via Wikimedia Commons]

Nelle ultime settimane il fenomeno ChatGPT è esploso; se per la maggior parte degli utenti questo suscita curiosità e desiderio di torchiare il robot con le domande più disparate, per i giuristi – soprattutto quelli che si occupano di proprietà intellettuale – la capacità di quest’ultimo di essere in grado di scrivere storie e commedie ha suscitato anche numerosi interrogativi circa la protezione dei contenuti generati dal chatbot.

L’intelligenza artificiale

“Intelligenza artificiale” (“IA”) è un’espressione tanto usata quanto poco compresa. L’IA è quella branca dell’informatica che si occupa di sviluppare sistemi in grado di emulare il comportamento umano e, in particolare, l’apprendimento, il ragionamento e l’auto-correzione. Tra le numerose applicazioni dell’IA quella che viene maggiormente sfruttata è il machine learning, nelle sue variazioni di supervised learning e unsupervised learning, di reinforcement learning e, infine, di deep learning. Tutte queste tecnologie, in gradi diversi, prevedono l’addestramento del sistema a riconoscere degli schemi ricorrenti (i c.d. pattern) nei dati che gli vengono forniti e ad applicare tali schemi a nuovi dati, più o meno autonomamente. In particolare, ChatGPT è allenato secondo il reinforcement learning, ossia un metodo nel quale il modello acquisisce capacità e le consolida grazie alle critiche e ai riconoscimenti che riceve dai suoi addestratori (umani).

Per fornire un’idea delle abilità che modelli di IA sono riusciti a sviluppare si pensi ad una delle prime opere create da un sistema di machine learning, ossia “The Next Rembrandt”. In tal caso, il sistema ha analizzato l’intera collezione di Rembrandt per carpire quali fossero le caratteristiche della pennellata del pittore neerlandese ed è così riuscito a creare un ritratto che riproduce perfettamente il suo stile, tanto che, a prima vista, nulla lascerebbe intendere che non sia un dipinto originale. ChatGPT, dunque, è solo l’ultimo (e, forse, il più perfezionato) modello di IA sulla scena artistica mondiale.

La progressiva autonomia del sistema rispetto all’uomo che lo ha programmato, tuttavia, solleva innumerevoli problemi giuridici, perché rende problematico ricondurre l’azione artificiale alla sfera di controllo dell’essere umano, soggetto che il diritto ha sempre riconosciuto e tutt’ora riconosce come titolare di diritti ed obblighi. Questa difficoltà colpisce e mette in crisi anche il diritto d’autore, che parte dal presupposto indefettibile che l’autore sia un essere umano.

Le problematiche legate al diritto d’autore

In virtù di questo principio il giurista è chiamato a rispondere ai seguenti quesiti: può essere protetta l’opera creata da un sistema di IA? Se sì, chi è il titolare del diritto d’autore?

Occorre premettere che, al momento, non ci sono disposizioni, né interne né comunitarie, atte a regolare nello specifico il fenomeno dell’IA, per cui ogni ragionamento è condotto sulla base di quanto scritto nella – ormai risalente – legge sulla protezione del diritto d’autore (l. 633/1941).

Il primo requisito per accedere alla tutela del diritto è che l’oggetto degno di potenziale protezione sia un’opera dell’ingegno rientrante negli elenchi di cui agli artt. 1 e 2 l. aut. Per “opere dell’ingegno” si intendono le opere che appartengono alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, alla cinematografia e al teatro, nonché i programmi per elaboratore, le banche di dati e le opere del disegno industriale. Dal momento che le opere create da un sistema di IA rientrano in queste categorie – come visto, ChatGPT redige articoli e copioni di stand-up comedy, The Next Rembrandt dipinge –, nulla ostacolerebbe l’accesso di tali opere alla tutela offerta dal diritto d’autore. Per giunta, il carattere solo esemplificativo dell’elenco che ha, nel tempo, con elasticità, accolto nuove tipologie di opere anche meramente tecniche lascia presagire una possibile apertura in tal senso.

In secondo luogo le opere dell’ingegno per poter essere protette debbono possedere carattere creativo. L’orientamento tradizionale interpreta il concetto di creatività come l’estrinsecazione della personalità dell’autore; la creatività così connotata è, quindi, sempre stata una prerogativa attribuita esclusivamente al genio umano. È chiaro che, in questo senso, l’opera dell’algoritmo non può essere creativa, non avendo esso una personalità né potendola, tantomeno, manifestare. Al contempo, un orientamento minoritario di matrice anglosassone si accontenta che l’opera sia originale, da intendersi dunque come non copiata da altri. Alla luce di questa impostazione non sussistono valide ragioni per non concedere protezione alle opere dei sistemi di IA, perché all’opera, per poter essere tutelata, è richiesta una creatività priva di qualsiasi riferimento umano, che concerne solo il risultato e non il processo o la personalità dell’autore.

Malgrado le evidenze precedenti, il fatto che l’autore dell’opera da proteggere debba essere un essere umano esclude che le opere AI-generated possano essere tutelate dal copyright.

Le tutele alternative per le opere create dagli algoritmi

Ciò, tuttavia, avrebbe un effetto disastroso sul mercato della creatività e dell’innovazione, perché gli autori non sarebbero motivati né a creare sistemi di IA né a divulgare opere da questi ultimi generati, vista la prospettiva di non vedere riconosciuto il proprio lavoro, nel quale hanno investito tempo – ma, soprattutto, essendo tecnologie costose – denaro.

È quindi una concezione prettamente utilitaristica quella che afferma la necessità di riconoscere una tutela autorale alle opere create da sistemi di IA, a patto di individuare un soggetto umano a cui attribuire il diritto. La spettanza del diritto ad un soggetto altro è suggerita dalla disciplina anglosassone del “work for hire”, secondo la quale l’acquisto a titolo originario dell’opera realizzata nell’ambito di una prestazione di lavoro avviene in capo al datore di lavoro. Così, rivisitando il concetto di rapporto di lavoro, l’autore del sistema di IA, il “datore di lavoro”, sarebbe il titolare dei diritti sull’opera creata dal sistema di IA “lavoratore”. Sulla scorta di questa interpretazione, diverse tesi individuano il titolare nel programmatore o nell’utilizzatore del sistema di IA. Altra dottrina, invece, giustifica la titolarità di questi ultimi sulla base dell’art. 7 l. aut., che considera autore dell’opera collettiva chi organizza e dirige la creazione dell’opera stessa. Questa interpretazione risponderebbe più correttamente al modus operandi della interoperabilità dell’umano e del sistema di IA, dal momento che l’umano risulterebbe appunto titolare dell’opera creata sotto la sua organizzazione e direzione. Ancora, alcuni autori, per non snaturare la ratio del diritto d’autore, ma, allo stesso tempo, per premiare, in ogni modo, lo sforzo creativo e gli investimenti dei finanziatori delle opere create dai sistemi di IA, propongono di concedere diritti connessi o diritti sui generis. Una singolare soluzione è, altresì, quella dell’autore fittizio, seguita, ad esempio, dal tribunale di Shenzhen Nanshan (Repubblica popolare cinese), che nel gennaio 2020 ha riconosciuto la paternità dell’opera al sistema di IA suo creatore, fingendo che fosse una persona giuridica costituita dall’umano programmatore.

L’ultima strada sarebbe quella che prevede l’attribuzione del diritto d’autore al sistema di IA. Tuttavia dal punto di vista prettamente civilistico l’algoritmo, allo stato odierno, non è ancora maturo per essere incluso nel novero dei soggetti di diritto: infatti, il sistema di IA non è in grado di porsi all’interno di un rapporto giuridico, non ha facoltà decisionale o interessi propri. Al momento appare quindi esagerato riconoscere una personalità all’algoritmo (come è allo studio avanti al Parlamento europeo[1]), perché l’algoritmo non potrebbe godere di quello status giuridico e non potrebbe nemmeno usufruire dei diritti che gli verrebbero riconosciuti in maniera effettiva, data la posizione servile che è naturalmente portato ad assumere rispetto all’umano che lo ha programmato o attivato.

In conclusione, secondo l’attuale quadro legislativo, le opere dei sistemi di IA sono destinate a non essere protette dal diritto d’autore e ad essere liberamente fruibili, ma non è da escludere – anzi, si auspica – che il legislatore delinei una forma di tutela per queste opere, soprattutto quale incentivo e riconoscimento – anche meramente economico – per l’umano che si cela dietro l’algoritmo.

Su questa scia è significativo come anche la Corte di Cassazione abbia recentemente riconosciuto la necessità di affrontare i temi legati all’arte digitale. Con ordinanza del gennaio 2023, la Corte, nell’esaminare la doglianza della ricorrente che lamentava l’erronea qualificazione, da parte del giudice del grado precedente, di un’immagine generata da un software come opera dell’ingegno e, pertanto, la non attribuibilità della stessa ad un’idea creativa dell’autrice che, in tesi della ricorrente, si sarebbe limitata ad approvare il risultato generato dal software, ha – seppur solo incidentalmente, essendo stato il motivo dichiarato inammissibile per ragioni processuali – prima di tutto affermato come l’utilizzo di un software nel processo creativo di un’immagine non è “certamente sufficiente” per negare il carattere creativo di un’opera dell’ingegno e come tale utilizzo imponga solo uno scrutinio maggiormente rigoroso del tasso di creatività, volto a “verificare se e in qual misura l’utilizzo dello strumento [abbia, N.d.R.] assorbito l’elaborazione creativa dell’artista che se ne era avvalsa[2]. Dunque, nell’ipotesi in cui, all’esito di tale accertamento di fatto, venga accertata la prevalenza della creatività digitale su quella umana, rimangono aperti gli interrogativi esaminati, interrogativi che, ora, la Corte di Cassazione lascia intendere è necessario colmare.


[1] Risoluzione del Parlamento europeo del 16 febbraio 2017 recante raccomandazioni alla Commissione concernenti norme di diritto civile sulla robotica (2015/2103(INL)).

[2] Corte Cass., sez. I, ordin. n. 1107 del 16.01.2023.

Green light dell’UE alla polvere di grillo nei prodotti alimentari. Ecco cosa dice l’UE, cos’è, dove si potrà trovare, perché utilizzarla, i dati e le previsioni sul mercato dei grilli.

La decisione dell’UE

A seguito della domanda presentata, in data 24 luglio 2019, da parte della società vietnamita Cricket One Co. Ltd, la Commissione Europea, con il Reg. Esec. UE n. 5 del 3 gennaio 2023, acquisito il parere favorevole dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA), ha autorizzato (ai sensi del Reg. UE 2283/2015) l’immissione sul mercato UE della polvere parzialmente sgrassata di ‘Acheta domesticus’ (grillo domestico), che si va così ad aggiungere all’‘Elenco’ dei ‘Novel Food’.

Con il termine ‘Novel Food’ si indicano quelle sostanze, alimenti o ingredienti che non fanno parte della tradizione culinaria europea, perché non significativamente consumati come alimenti prima del 15 maggio 1997 e perché la sostanza o il prodotto appartengono a delle classi espressamente elencate dalla relativa norma definitoria (art. 3, co. 2, Reg. 2283/2015).

Si tratta del terzo insetto approvato per il consumo umano come ‘Novel Food’, dopo la ‘larva gialla della farina’ (larva di Tenebrio molitor), autorizzata con il Reg. Esec. UE n. 169 dell’8 febbraio 2022 e la ‘locusta migratoria’, ammessa con il Reg. Esec. UE n. 1975 del 12 novembre 2021.

La Commissione ha deciso che, per un periodo di 5 anni a partire dal 24 gennaio 2023, solo la società richiedente (i.e. Cricket One Co. Ltd) sarà autorizzata a immettere sul mercato europeo il nuovo alimento. È possibile per un richiedente successivo ottenere un’autorizzazione per tale nuovo alimento solo laddove non faccia riferimento ai dati scientifici della richiedente o con il consenso della stessa società vietnamita. L’inserimento del nuovo alimento [i.e. polvere parzialmente sgrassata di Acheta domesticus (grillo domestico)] nell’“Elenco dell’Unione dei nuovi alimenti”, di cui al Reg. UE 2470/2017, insieme alle relative caratteristiche tecniche, sono disciplinati nell’All. Reg. Esec. 5/2023.

Nel suo parere scientifico l’EFSA ha concluso che la polvere parzialmente sgrassata di Acheta domesticus è sicura alle condizioni e ai livelli d’uso proposti. L’approvazione dell’EFSA arriva dopo un processo di verifica riguardante diversi aspetti volti a garantire la sicurezza del nuovo alimento per il consumatore, anche in termini di corretta etichettatura.

In particolare, l’EFSA ha evidenziato che il consumo della farina di grillo può provocare una sensibilizzazione alle proteine di Acheta domesticus, le quali, rivelandosi potenzialmente allergeniche, devono essere oggetto di ulteriori ricerche. Tuttavia, la Commissione Europea ha ritenuto che non sia necessario precisare la questione in etichetta, perché non ci sono prove conclusive che collegano direttamente il consumo di Acheta domesticus a dei casi di sensibilizzazione primaria e allergie. Sempre l’EFSA ha, comunque, rilevato che il consumo della polvere può provocare reazioni nelle persone allergiche ai crostacei, ai molluschi e agli acari della polvere, aggiungendo che, se il substrato con cui vengono alimentati gli insetti contiene ulteriori allergeni, quest’ultimi possono ripresentarsi nel nuovo alimento.

Cos’è il nuovo alimento e dove si potrà trovare

Come si legge nell’All. Reg. Esec. 5/2023, si tratta di polvere parzialmente sgrassata ottenuta da Acheta domesticus (grillo domestico) intero mediante una serie di fasi, che prevedono un periodo di digiuno di 24 ore degli insetti per consentire lo svuotamento intestinale, l’uccisione degli insetti mediante congelamento, il lavaggio, il trattamento termico, l’essiccazione, l’estrazione dell’olio (estrusione meccanica) e la macinazione.

La nuova polvere di grillo potrà essere inserita (alle condizioni, in termini di quantità e di etichettatura, previste nell’All. Reg. Esec. 5/2023) in pane e panini multicereali, cracker e grissini, barrette ai cereali, premiscele secche per prodotti da forno, biscotti, prodotti secchi a base di pasta farcita e non farcita, salse, prodotti trasformati a base di patate, piatti a base di leguminose e di verdure, pizza e prodotti a base di pasta, siero di latte in polvere, prodotti sostitutivi della carne, minestre e minestre concentrate o in polvere, snack a base di farina di granturco, bevande tipo birra, prodotti a base di cioccolato, frutta a guscio e semi oleosi, snack diversi dalle patatine e preparati a base di carne. Le etichette dei prodotti che la contengono dovranno riportare la dicitura “polvere parzialmente sgrassata di Acheta domesticus (grillo domestico)”.

Perché utilizzare la polvere di grillo

Secondo la società vietnamita il nuovo alimento incontra almeno 4 dei 17 ‘Obiettivi di Sviluppo Sostenibile’ stabiliti dalle Nazioni Unite nel 2015 che, un po’ irrealisticamente, dovrebbero realizzarsi entro il 2030: fine della povertà, fine della fame nel mondo, introduzione di modelli responsabili di produzione e di consumo e interventi per contrastare i cambiamenti climatici.

A sostegno del consumo di prodotti a base di insetti e, nella specie, di polvere di grillo, se ne deve considerare, innanzitutto, l’altissimo valore proteico (circa il 69%), quasi il doppio rispetto alla carne. Inoltre, a differenza delle proteine ​​vegetali, si tratta di proteine ​​complete, di alta qualità, contenenti tutti gli amminoacidi essenziali. Ancora, i grilli sono una fonte ricca di fibre e minerali come il calcio e il ferro, di vitamina B12 e di acidi grassi omega 3.

Anche a livello di risorse ambientali la produzione dei grilli è senza dubbio ecosostenibile. Da un lato, infatti, i grilli necessitano di un quantitativo di acqua e di terra nettamente inferiore rispetto a quello del mondo bovino, per produrre lo stesso quantitativo di proteine. Dall’altro, mentre le industrie del bestiame sono la seconda causa mondiale dell’inquinamento atmosferico, i grilli producono l’1% di gas serra.

Le previsioni di mercato

Uno studio pubblicato a marzo 2022 intitolato “Mercato dei grilli per prodotto (grilli interi, grilli in polvere), specie (grilli domestici), applicazione (grilli interi lavorati, integratori proteici in polvere, barrette proteiche di grilli, bevande), uso finale (nutrizione umana, nutrizione animale) – Previsioni globali al 2029” ha stimato che il mercato globale dei grilli raggiungerà i 3,50 miliardi di dollari entro il 2029 e crescerà a un tasso di crescita annuale composto (CAGR) del 28,6% durante il periodo di previsione dal 2022 al 2029. Per l’industria mondiale degli insetti, si prevede un aumento del valore fino a circa un miliardo di dollari nel 2023 per poi arrivare a 4,6 miliardi di dollari nel 2027, con un tasso di crescita medio annuo del 44%. Questo perché i grilli, e più in generale gli insetti, sono consumati, come alimenti, già in diversi Paesi del mondo.

Sebbene l’Italia apparentemente non sembri pronta e ben disposta a portare in tavola prodotti a base di insetti, vi sono già diverse realtà nazionali che, con la loro produzione di insetti 100% Made in Italy, possono rassicurare chi mette in discussione questi prodotti perché provenienti da Paesi extra UE. Due esempi sono la Italian Cricket farm con sede a Scalenghe (TO) e la startup innovativa milanese ALIA Insect Farm.

Stando, però, all’altissimo livello di garanzia su food safety e nutritional safety offerto dal Reg. UE n. 2283/2015 (Novel Foods Regulation) i consumatori possono senz’altro fidarsi e provare ad assaggiare i nuovi alimenti a base di farina di grillo, che pare abbia il gusto della nocciola.

La società richiedente, infatti, al fine di ottenere l’autorizzazione, ha presentato un articolato dossier, comprendente studi e prove scientifiche, attestanti che il nuovo alimento non comporta rischi associati alla sicurezza per la salute umana. Tale dossier, come suddetto, è stato attentamente vagliato dall’EFSA, che ha verificato la sicurezza alimentare e l’assenza di svantaggi nutrizionali del novel food alle condizioni d’uso proposte dal richiedente, con l’unica avvertenza, però, che andrà segnalata la possibile sensibilità alle proteine dei grilli da parte di soggetti allergici a crostacei, molluschi e acari.

Dopo l’EFSA a pronunciarsi è stata la Commissione, o, più precisamente, il Comitato permanente per le piante, gli animali, gli alimenti e i mangimi (SCPAFF), dove siede un rappresentante per ogni Stato membro e si vota a maggioranza qualificata. Alla decisione scientifica dell’EFSA si va ad aggiungere, così, quella politica, anch’essa favorevole, degli Stati membri.

Quello dei novel food è un trend già in corso ed in continua crescita, soprattutto nel segmento delle proteine alternative a quelle di derivazione animale. È stato stimato che a livello mondiale, entro il 2035, tale comparto passerà dall’attuale 2% all’11% del mercato complessivo delle proteine, per un valore attorno ai 290 miliardi di dollari.

La polvere di grillo, allora, potrà rappresentare veramente il cibo del futuro?

The first Italian judgment granting a preliminary injunction concerning NFTs (that were deemed to be infringing trademark rights, see our post here) has been followed by another European judgment on the matter: at the end of October 2022, the Commercial Court of Barcelona issued a partial preliminary injunction, ordering the custody of the allegedly infringing NFTs in a wallet to be safe-kept at the clerk of the Court and a bond of Euro 1,000.00, pending the decision in the main proceedings.

This preliminary injunction fits into the broader framework of proceedings on the merits instigated by a Spanish collecting society (VEGAP, Visual Entidad de Gestión de Artistas Plásticos) against Punto FA, trading as Mango, namely the well-known Barcelona-founded clothing company, and aimed at declaring that Mango infringed the copyright on five paintings by creating NFTs and posts starting from those works and using them “on the Metaverse and on the NFTs’ marketplaces”, Opensea in particular, on social media and in the brick and mortar store of the clothing chain in New York. VEGAP also requested the Court to enjoin the defendant from creating NFTs and order them their withdrawal, along with damages compensation.

More in detail, VEGAP acted on behalf of the rightsholders of the works by Mirò, Tàpies and Barcelò, alleging that this unauthorized use of “Oiseau volant vers le soleil” and “Tète et Oiseau”, “Ulls i Creu” and “Esgrafiats” and “Dilatation” infringed both moral rights (right to the integrity of the work and disclosure of the work) and economic rights (right of reproduction, communication to the public and adaptation of the work).

In its defense, Mango argued that (a) being the owner of the copies of physical works, it has the right to publicly display them; (b) the creation of digital works starting from physical works and their display do not amount to unauthorized use (so-called “safe use”) and does not damage the authors; (c) it has correctly disclaimed that those digital works were the result of the adaptation of the original, physical works of those authors; (d) the NFTs have not been minted yet, i.e. have not been published on a blockchain, thus it cannot be downloaded, bought and traded but can only be viewed on the marketplace and (e) the NFTs had not been transferred into a wallet of the Group, thus it cannot access the NFTs while they are on the marketplace.

In light of the above, the Court is now called, in the main proceedings, to assess the extent of the rights of Mango as the owner of the original, physical works (or rather, of the material support of the works), i.e. to rule whether turning works into NFT goes as infringing adaptation of the work or whether, on the contrary, owning the work grants the right to exploit it in such a manner and, finally, whether Mango made a “safe use” of the works that not required authorization from the authors. On a preliminary basis, however, the Court recognizes that the motion met the prima facie case requirement, as it is questionable that such a right of display of the owner of the physical copies extends to the right of reproducing and adapting the works by creating NFTs incorporating those works or that it can be considered as “safe use”.

Thus, although the decision is issued at a preliminary stage and involves mainly procedural aspects, it preludes to a groundbreaking judgment on NFTs and copyright issues. If it is undisputed that the owner of the material support of the work gains no economic rights on the work itself – unless provided otherwise –, it is not as crystal-clear whether the digitalization of physical works is a safe adaptation of it. Moreover, as raised by the claimant, further uses of the NFTs (such as their minting and trading) imply the exploitation of other economic rights of the author, i.e. the right of reproduction and communication to the public. In such a doubtful context, careful due diligence of the rights acquired on the work shall be in order for the owner of the corpus mechanicum.

Even though the Court dismissed the issue on the merits, reserving the final decision to the judge of the main proceedings and focusing mainly on procedural issues – in particular, on the requirement of danger in delay –, the judgment is still remarkable, at least because of the – in principle – smart and innovative precautionary measure that the Court came up with.

As anticipated above, in fact, the Court, eager to give proper preliminary protection of the rights of the authors, ordered the custody of the NFTs “by the clerk of the Court, in a wallet to be made available by the claimant” until a final judgment is granted, on the following grounds.

First, the Court rebutted the main arguments of the claimant that feared that Mango could keep infringing the rights pending the proceedings on the merits, because the defendant proved to have ceased the use of the works and, additionally, the NFTs were withdrawn and de-listed from Mango’s showcase page on the marketplace and that, in any case, it has no access to those NFTs as they were not transferred to its wallet.

Nevertheless, despite these measures that the defendant itself has spontaneously adopted with the cooperation of Opensea, the Court found to be a certain yet partial danger due to the lack of safety guarantees that the mere stop from making available the NFTs on the marketplace offers; in fact, the withdrawal was temporary and, in the Court’s view, the modalities of the custody are uncertain, also considering that Opensea has been frequently attacked by hackers that have tried “to steal “juicy” NFTs, like those at stake”, thus the risk that the final judgment on the merits will have no effect is real. However, having Mango ceased to use the works both in the physical and in the digital world and not being the NFTs at the disposal of the clothing company, the Court addressed the injunction only to Opensea and with reference only to the NFTs – hence the “partial” danger.

Kudos to the Court, but kudos especially to the claimant who acted fast and avoided that the NFTs were put on the open market, where Court measures, as smart and innovative as they can be, could in practical terms face a number of “enforcement dilemmas”. In this case it is interesting to note that Mango claimed to have not minted the NFTs yet, something that could sound a bit strange but, in fact, looks possible under the NFTs creation “rules” of Opensea, which has implemented a “lazy minting” procedure, allowing “creators to make NFTs without any upfront gas cost, as the NFT isn’t transferred on-chain until the first purchase or transfer is made” (for a quick and easy explanation see https://opensea.io/blog/announcements/introducing-the-collection-manager/).

Also in light of such technical considerations, the decision by the Barcelona Court reveals itself as one of the most interesting among those first judgements – on a global stage – that, although still raw, are the first bricks in a wall of rules and case law that is being slowly built. Moreover, especially in our European and comparative system of law, it is important to glance at what other countries rule, to increase the chance of contributing to this wall.

An English machine-translation of the judgement is available here.

Al via dal 1° gennaio 2023 i nuovi obblighi per i produttori di imballaggio in tema di etichettatura, stabiliti dal decreto legislativo n.116 del 3 settembre 2020 in recepimento della relativa normativa europea.

Il 22 novembre 2022 il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha infatti emanato il decreto ministeriale n. 360 del 28 settembre 2022 che, ai sensi dell’art. 219, comma 5, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Testo unico Ambiente), adotta le nuove “Linee Guida sull’etichettatura degli imballaggi”.

Tali linee guida, le quali recepiscono le indicazioni della Commissione Europea in tema di rafforzamento del ricorso alla digitalizzazione delle etichette per facilitare l’aggiornamento delle indicazioni ed evitare barriere al mercato interno, sono il risultato della collaborazione durata oltre un anno fra il Ministero e il CONAI, il Consorzio Nazionale Imballaggi.

Come chiarito dal Ministero nella risposta all’interpello presentato da Confindustria nel novembre 2022, le nuove disposizioni non si applicano ai medicinali ad uso umano e veterinario, ai dispositivi medici e medico diagnostici in vitro, soggetti a specifica e più stringente normativa di settore.

Obiettivo primario perseguito dal legislatore, secondo quanto dichiarato nel comunicato stampa dallo stesso Ministero, è quello di supportare le imprese, a livello operativo e gestionale, nel rispondere agli obblighi di legge vigenti in materia, oltre a migliorare la qualità della raccolta differenziata degli imballaggi e aumentare la consapevolezza dei consumatori rispetto al destino finale di tali rifiuti.

In particolare, le linee guida specificano il corretto approccio all’etichettatura, distinguono le diverse strutturazioni dei contenuti minimi dell’etichetta a seconda del circuito di destinazione finale degli imballaggi (B2B o B2C) e contengono una pratica tabella di sintesi con i temi di maggiore interesse trattati, come di seguito riportata: L’etichettatura ambientale del packaging_sintesi

Secondo il Ministero, si tratta di uno strumento di supporto tecnico unico nel panorama europeo, che potrà essere fatto valere quale esempio virtuoso, sia per il metodo utilizzato, sia per i contenuti tecnici.

A carico di chiunque immetta nel mercato interno imballaggi privi dei requisiti previsti dalla normativa in commento, sono previste sanzioni da 5.200 euro a 40.000 euro. Essendo tale formulazione particolarmente ampia, capace di estendersi astrattamente anche oltre i soli produttori, sarà particolarmente essenziale adeguarsi alle nuove prescrizioni in materia.

The European Patent Office (EPO) has recently released the outcomes of its new study named “Women’s participation in inventive activity”, which aims at better understanding the presence of women inventors across different countries, time periods, technology fields and applicant types.

The study is set against a background of growing interest shown by the EPO in discussing the measures to overcome inventor gender gap and enhance women’s contribution to innovation. Recent research has in fact shown that a higher participation of women in inventive activities would benefit society in so far as much more inventive activity would be conducted in general (Bell et al., 2019) and research would focus on solving needs and problems that male inventors tackle too little (for example, women-specific health problems), resulting in greater breath and inclusivity of technology (Nielsen et al., 2017; Koning et al., 2021). These issues have also been the subject of the series of virtual roundtables “Women and IP innovation” hosted by EPO in November 2022.

The study focuses on women’s participation in patenting activity at the EPO, by examining all European patent applications filed between 1978 and 2019 (with occasional extensions until 2021), from the 38 European Patent Convention Contracting States. It finds that even if the share of women inventors has increased steadily over time, only 13.2% of inventors in Europe are women.

Due to the wealth of information available in patents, the latter represent a precise indicator of the output of inventive activities and allow to analyse individual inventive activity on the basis of various parameters (e.g. industries, geographies and technology fields).

More in detail, the study methodology consists, first, in attributing gender based on the inventors’ names and indicating the country according to the inventor’s address data in the EPO patent statistics database (PATSTAT). The patenting activity of women across regions and over time is then evaluated through the metric of women inventor rate (WIR), which measures the percentage of women inventors among all inventors in patent applications in a given year.

The WIR in EPO countries (13.2%) appears to be significantly lower than in the P.R. China (26.8%) and the R. Korea (28.3%), slightly lower than in the United States (15% in 2019), but higher than in Japan (9.5%).

Within the EPO countries, the highest WIR levels are recorded in Latvia (30.6%), Portugal (26.8%), Croatia (25.8%), Spain (23.2%) and Lithuania (21.4%), while the lowest ones are recorded in Austria (8.0%), Germany (10.0%) and the Netherlands (11.9%.). Italy (14.3%) ranks just above average, after France (16.6%), Belgium (15.8%) and Cyprus (15.1%), whereas Turkey is the country that shows the most significant rise in its WIR, climbing from 16th position in the 1990s to 6th in the 2010s (17.7%).

Differences across EPO countries may be linked to the countries’ technology specialisations and the contribution of their universities and public research organisations (PROs) to patenting activity. In fact, WIR variations by applicant type show that universities and PROs (including hospitals, non-profit organisations and governmental agencies) host the largest proportion of women inventors (19.4%), which is twice the WIR for companies (10.0%) and individual inventors (9.3%). It also shows that the WIR among university inventors is systematically higher than among companies or individual inventors, irrespective of the chosen technological field.

Looking at the variations of WIR by technological sector, chemistry stands out as the one with the highest WIR by far (around 22%), four times higher than the value in Mechanical engineering (5.2%). Chemistry also shows the most remarkable growth over time, jumping from a WIR of 11.9% in the 1090s to a WIR of 22.4% in the 2010s. Within the Chemistry sector, Biotechnology and Pharmaceuticals have the highest WIR (30.7% and 30.2%, respectively), followed by Food chemistry (28.1%) and Organic fine chemistry (25.8%).

In addition to the WIR, the study also mentions other metrics that can be used to evaluate women’s patenting activity, namely the women’s share of patents, which attributes each patent fractionally to each inventor appearing on it and aggregates all women’s shares across patents, and the share of patent applications including at least one woman inventor. Both these metrics show an increase of women’s patenting activity in EPO countries, but while the women’s share of patents have increased consistently from around 2% in the late 1970s to over 13% in 2019 (following a similar but slightly lower path compared to the WIR), the share of inventor teams including at least one woman is systematically higher and increasing faster than the WIR. This data interestingly implies that the presence of women in patenting increases with the importance of teamwork and confirms women’s over-representation particularly in teamwork-intensive technology fields, such as pharmaceuticals and biotechnology (where patents are more likely than those in other fields to result from teamwork and especially from large teams of inventors), as well as in inventor teams on university patents, which are larger than those on company patents.

The study also compares the WIR to indicators of women’s participation in other types of related economic and scientific activities, such as the women’s shares in total employment, PhD enrolment, PhD graduates in STEM, R&D personnel, researchers and managers, for the nine largest EPO countries in terms of patenting at the EPO (i.e. Germany, Spain, France, Italy, the Netherlands, Sweden, United Kingdom, Belgium and Denmark). This comparison shows that in all nine countries the share of women among inventors in European patent applications is significantly lower than in any of the other activities. Although the share of women among R&D personnel, researchers and managers is low, it is still a multiple of the WIR in the countries concerned: for example, in Italy women account for 26% of R&D staff and researchers, which is almost double the WIR. The difference is even more pronounced when considering the share of women in total employment and in PhD enrolment (which is above 40%) or that in PhD graduates in STEM (which is above 30%, with the only exception being The Netherlands).

Lastly, the report analyses the degree of inventors’ internationalisation, which is a relevant aspect since international mobility of inventors contributes distinctively to knowledge circulation worldwide. By estimating the migration status of inventors using name and surname analysis, it shows that, in many EPO countries (including Austria, the Netherlands, Germany, Norway, Denmark, United Kingdom, Finland, Greece, France, Italy), WIR values are higher for migrant women inventors than for native ones.

In raising awareness on the issue of inventor gender gap, the study devotes some pages to female figures whose recent inventions have completely changed our lives, and namely:

  • Katalin Kariko, who played a key role in developing mRNA vaccine technology recently used to fight the COVID-19 pandemic;
  • Elena García Armada, who developed an adaptable battery-powered exoskeleton, allowing children with disabilities to walk during rehabilitation sessions, and won the 2022 European Inventor Award in the “Popular Prize” category;
  • Gordana Vunjak-Novakovic, who developed method for growing new tissue outside the body using a patient‘s own cells, thus opening new horizons in regenerative medicine, and won the 2021 European Inventor Award in the “Popular Prize” category;
  • Madiha Derouazi and Elodie Belnoue, who developed a platform to produce therapeutic anti-cancer vaccines and won the 2022 European Inventor Award in the “Small and medium-sized enterprises” category;
  • Carla Gomes, who – with her colleague Nuno Correia – led the development of a mooring platform for floating solar farms which tracks the sun, rotating each solar panel to optimise efficiency.

In conclusion, although women’s contribution to patenting has been growing in the last decades, a considerable gender gap remains among inventors. In the words of the President of the EPO, Antonio Campinos, “increasing women’s participation in science thus remains a major challenge for Europe, as well as a key factor for its future sustainability and competitiveness” since the low participation of women in inventive activities also translates into reduced breadth and inclusivity of new technologies and may be affecting society leaving many human needs may remain unfulfilled.

Photo of the Ministry of Justice – Italy

As reported by the website of the Italian Ministry of Justice, a bilateral meeting took place on the 27th of November between Mr. Carlo Nordio, the Italian Minister of Justice, and Mr. Marco Buschmann, his German counterpart.

The meeting focused on two main points, namely the cooperation in support of the international investigations over war crimes in Ukraine and the Unified Patent Court (“UPC”). On this second issue, the press release of the Italian Ministry of Justice states that “the two ministers agreed on the need to continue working for the prompt solution of the last pending procedural issues before the system comes into effect. Minister Nordio also reiterated to his German colleague the extreme relevance for the Italian Republic of the establishment of the third seat of the central division of the Unified Patent Court in Milan, together with Paris and Munich”. The press release goes on noting that “the Treaty establishing the UPC, which has already been ratified by the Italian Parliament, provides for the start-up of the system with three seats for the Central Division”. The press release, in Italian, is available here.

This meeting takes place after the meeting Mr. Nordio had last week in Paris with the French Minister of Justice, Mr. Éric Dupond-Moretti. During this meeting, Mr. Nordio reiterated “the significance for Italy of the timely establishment in Milan of the third seat of the central division of the UPC, alongside Paris and Munich”. Both Mr. Nordio and Mr. Dupond-Moretti “agreed on the need for continuing to work toward the entry into force of the UPC”. The press release concerning the Paris meeting, again in Italian, is available here.

These meetings signal that the location of the third seat of the central division of the UPC continues to be a priority for the Italian government, even after the new government led by Mrs. Meloni has replaced the government led by Mr. Draghi, who had apparently secured a political agreement toward a relocation of the third seat to Milan, seen as one of the reasons prompting the Dutch government to drop its UPC bid (see here). The reference by Mr. Nordio to the contents of the UPCA as ratified by Italy is possibly an indication of one of the arguments the Italian government is relying on to object to temporary solutions implying a split of the cases of the third seat between Paris and Munich.

On November 4, the Court of Milan confirmed its first instance PI decision by which it ordered Cloudflare, a US company which provides i.a. DNS (Domain Name System) services, to block the DNS resolution of several torrent websites (and their aliases) which were found infringing Sony, Universal and Warner’s copyright by illegally making music tracks available to the public.

The first instance decision, appealed by Cloudflare, followed a motion filed by Sony, Universal and Warner, which claimed Clouflare’s failure to comply with AGCOM’s order to service providers to prevent Italian users from accessing the torrent websites at issue, as these websites were accessible through the public DNS service provided by Cloudflare.

As specified in our previous article regarding the first instance decision by the Court of Milan (here), DNS is a system that allows users to access websites by turning website addresses (meaning “www” strings) into numeric IP addresses, through a name-to-IP address conversion process known as “DNS resolution”. This system allows users to find a website by its name instead of its IP address, which is much longer and more difficult to remember.

In upholding the first instance decision, the Court of Milan specified that Cloudflare obligation to prevent the DNS resolution of the torrent websites at issue does not derive from a general monitoring obligation, but arises upon the reporting of the specific unlawful activity carried out through the public DNS service provided by Cloudflare.

According to the Court, the intermediary service provider’s obligation to intervene upon such reporting is independent of the specific classification of the service provided (mere conduit, caching, or hosting), as it applies also to mere conduit services under Art. 12(3) of Directive 2000/31/EC, regardless of any profile of direct co-liability of the provider in the unlawful activity.

In its appeal, Cloudflare also alleged that, from a practical point of view, the blocking measures requested by the petitioners could not be implemented without negative consequences on the accessibility of other non-infringing websites.

In this respect, the Court held that the technical aspects regarding the implementation of the order do not concern its admissibility, but rather its enforcement. In fact, according to the Court, there is no burden on the petitioner, nor on the Court when rendering the order, to describe the specific technical manner in which the order is to be implemented. Instead, it is the burden of the party to whom the injunction order is addressed to represent any technical difficulties in the possible enforcement proceedings carried out after the injunction (apparently enforcement proceedings have already been commenced in the Cloudflare case, as it appears from reading the decision).

This final decision of the Court of Milan is quite significant as for the first time an Italian court was faced with the question of how to deal with a blocking order issued by a public authority (and implemented by Italian access providers) that can be bypassed by simply using a public DNS service, such as the one provided by Cloudflare.

By upholding the original order against Cloudflare, the Court of Milan has set an important precedent, as it confirmed that online intermediaries offering these particular type of DNS resolution services can be required to take effective action if their services are used for music piracy. This is quite relevant for IP rightsholders, especially in light of the broad use of such public DNS services frequently made by users to bypass ISP blocking measures.

La decisione (la cui versione, non ancora ufficiale, è disponibile qui), assunta in data 11 novembre 2022 e annunciata il 14 (comunicato disponibile qui), anticipa al 1 gennaio 2023 la possibilità per i titolari di domande di brevetto europeo pendenti di richiedere un rinvio della concessione del brevetto richiesto in attesa della entrata in vigore dell’Accordo sul Tribunale Unificato dei Brevetti (UPC).

La richiesta, da presentare tramite un modulo (fac simile qui) messo a disposizione dall’U.E.B., potrà essere depositata soltanto dopo aver ricevuto la comunicazione di “intention to grant” (Art. 71(3) EPC) da parte dell’ufficio e consentirà ai titolari delle domande di brevetto pendenti di attendere l’entrata in vigore dell’Accordo UPC e richiedere così direttamente la concessione di un Brevetto Unitario (entro un mese dall’entrata in vigore dell’Accordo UPC o con effetto immediato in caso di “early request” – anche questa possibile solo dopo aver ricevuto comunicazione dall’ufficio della “intention to grant”).

La data riflette la tabella di marcia prevista per lo stesso Tribunale Unificato dei Brevetti, la cui entrata in funzione è prevista per il 1 aprile 2023 e per il quale, come noto, è previsto un c.d. “sunrise period” durante il quale sarà possibile esercitare l’“opt out” dei brevetti europei dal sistema UPC.

Si tratta di un’importante novità, che rende ancor più urgente per l’impresa italiana dotarsi di una strategia brevettuale che tenga conto del nuovo sistema e delle conseguenze che la scelta della protezione unitaria avrà sul valore e sulla azionabilità dei propri brevetti.

Il tempo delle scelte è ora e sarà fondamentale in questo senso un approccio strategico, avvalendosi della consulenza di team integrati, composti da consulenti brevettuali ed avvocati, per adottare la strategia più efficace sia da un punto di vista di costi che di futuro enforcement, tenendo conto dei vantaggi e dei rischi che l’opzione unitaria comporta. I nostri clienti più strutturati stanno già investendo molto in tale ambito, mentre percepiamo ancora una certa assenza di consapevolezza da parte dell’impresa italiana di minori dimensioni.

The Court of Rome sets a landmark precedent by granting an injunction against the creator of NFTs displaying images of a football player, reproducing without authorization the registered trademarks owned by Italian football club Juventus FC. This is the first known judgement by a European court holding that NFTs reproducing a third party’s trademarks without authorization are infringing and hence granting a related injunction.

Background

Juventus FC brought action seeking a preliminary injunction against a company managing an online fantasy football game based on NFT player cards, hosted on the Binance platform. Amongst other, the company produced NFTs reproducing the image of a famous Juventus former player. The cards displayed prominently a number of trademarks owned by Juventus, including the iconic black and white stripes pattern and the contracted version of the club’s name “Juve”, typically used by fans.

Upholding the arguments raised by Juventus, the Court of Rome issued a PI against the defendant,

  • enjoining the “production, marketing, promotion and offer for sale, directly and/or indirectly, in any way and form, of the NFTs (non-fungible tokens) and digital contents referred to in the motion for PI, as well as of any other NFTs (non-fungible token), digital contents or products in general bearing the image referred to in the motion for PI, even if modified, and/or the Juventus trademarks in suit, as well as the use of such trademarks in any form and manner
  • and ordering “the defendant to withdraw from the market and remove from every website and/or from every page of a website directly and/or indirectly controlled by the same on which such products are offered for sale and/or advertised, the NFTs (non-fungible tokens) and the digital contents associated therewith”.

The PI order has now become final, as it was not appealed.

Key legal takeaways

The judgement by the Court of Rome is notable in a number of respects.

First, it acknowledges that the Juventus trademarks are well known, concluding that it is not necessary to consider whether they are registered in relation to “digital objects” or even more specifically to “digital objects certified by NFT”. In its reasoning the Court however underlines that the Juventus trademarks are in any event registered in Class 9 of the Nice Classification in relation to “digital downloadable publications”, thus seemingly agreeing with the current mainstream approach that registration in Class 9 would be required for non well-known trademarks to obtain protection against infringing NFTs.

The Court then reasons that the fact that the Juventus former player had granted the creator of the NFTs the right to use his image did not exclude the need to seek authorization for the use of the trademarks that are displayed in that image, since the goods produced (the NFTs) are intended for sale on the market.

Such consideration leads to the arguably most important takeaway set by the judgement, namely that NFTs have legal autonomy as compared to the images or data associated thereto. The Court thus seems to embrace the theory of the content/certificate separation. As a practical consequence, the Court specifies that the injunction issued concerns both the digital content including the player’s image bearing the Juventus trademarks, and the NFTs themselves.

Lastly, also worth noting is that the defendant is enjoined from producing – directly or indirectly – any further NFT or digital content infringing the rights of Juventus, and at the same time is ordered to take action to withdraw the infringing NFTs and associated digital contents from the market, i.e. from their website but also from any other online location under their direct or indirect control.

The enforcement dilemma

While the judgement by the Court of Rome offers a few key takeaways from a legal standpoint, it still does leave some questions open as to how such innovative orders may be effectively enforced by IP rights owners (eg. in terms of the role of platforms hosting the infringing NFTs and related content, enforcement on the secondary market, assessment of damages, etc.).

No doubt however that with the now established popularity of NFTs, the chances of related litigation and therefore of courts to be called on resolving these outstanding issues will increase.

An English translation of the judgement is available here.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha di recente esaminato la questione della tutela autoristica del sapore di un alimento.

Fatti del procedimento

La società attrice, produttrice di formaggio spalmabile con panna ed erbe aromatiche, ricorreva al Tribunale di Gelderland (Paesi Bassi), prima, e alla Corte d’Appello d’Arnhem-Leeuwarden (Paesi Bassi), poi, per vedere accertata la pretesa violazione del diritto d’autore relativo alla crema spalmabile dalla stessa prodotta.

In particolare, secondo la società produttrice, che aveva già ottenuto nel 2012 la tutela brevettuale sul processo di produzione del formaggio spalmabile, la tutela autoristica sul sapore di un alimento si riferisce alla percezione complessiva “sugli organi del gusto prodotta dal consumo di un alimento, compresa la sensazione tattile percepita nella bocca”.

In questo contesto, all’esito del ricorso promosso dall’attrice, la Corte d’Appello ha deciso di sospendere il procedimento instaurato dalla suddetta società e di sottoporre la questione alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, affinché quest’ultima potesse fornire un principio unitario tra le Corti europee.

I principi in materia di tutela del diritto d’autore

Con riferimento alla nozione di ‘opera d’autore’, la Corte di Giustizia ha precisato che un oggetto può qualificarsi come tale ai sensi della Direttiva 2001/29 a condizione che i) sia una creazione intellettuale, originale e identificabile con precisione e obiettività e che ii) tale qualificazione sia riservata agli elementi che sono espressione di siffatta creazione intellettuale.

Elementi qualificanti l’‘opera d’autore’ sono, dunque, la creatività – a sua volta determinata dall’originalità e dalla novità dell’opera – e l’esteriorizzazione dell’idea creativa attraverso una qualunque forma in grado di comunicare e divulgare l’opera a terzi. In altri termini, la tutela autoristica non ha ad oggetto l’idea creativa in sé, ma l’idea espressa in una forma che sia facilmente ed oggettivamente riconoscibile.

A tal proposito, la Corte chiarisce, richiamando anche la Convenzione di Berna ed il Trattato dell’OMPI sul diritto d’autore, che oggetto di protezione sono “le espressioni e non le idee, i procedimenti, i metodi di funzionamento o i concetti matematici in quanto tali”. Di conseguenza, il concetto di ‘opera d’autore’ “implica necessariamente un’espressione dell’oggetto della tutela che lo renda identificabile con sufficiente precisione e obiettività, quand’anche tale espressione non fosse necessariamente permanente”.

Nel processo di identificazione dell’oggetto tutelato, dunque, è necessario evitare qualsiasi elemento di soggettività che altrimenti finirebbe per pregiudicare la certezza del diritto stesso. Soltanto in questo modo, secondo la Corte, è possibile assicurare che gli elementi dell’oggetto tutelato siano identificabili in maniera precisa ed oggettiva.

Pertanto, in presenza di tali requisiti, gli Stati membri possono riconoscere all’autore una tutela autoristica dell’opera e, per l’effetto, attribuire allo stesso autore una serie di diritti esclusivi consistenti nel diritto di riproduzione, di comunicazione e di distribuzione dell’opera ai sensi degli artt. 2-4 della Direttiva 2001/29.

Il caso affrontato dalla Corte e la tutela del sapore di un alimento

Con riferimento al caso di specie, sulla base dei principi sopra menzionati, la Corte di Giustizia ha rilevato che il sapore di un alimento non può essere individuato in maniera precisa ed obiettiva, ritenendo che, a differenza di un’opera letteraria (che per natura è identificata da elementi oggettivi), l’identificazione del sapore avviene essenzialmente attraverso sensazioni ed esperienze gustative soggettive. È indubbio che, nell’ambito di tale processo, elementi rilevanti sono considerati i fattori connessi alla persona che consuma il prodotto in esame (età, preferenze alimentari e abitudini di consumo), nonché l’ambiente o il contesto in cui lo stesso prodotto è assaggiato.

Né, secondo la Corte, il procedimento di identificazione è reso concretamente possibile attraverso l’uso di mezzi tecnici disponibili allo stato dal progresso scientifico e tecnologico.

Pertanto, in virtù di quanto appena detto, la Corte di Giustizia ha ritenuto che il sapore di un alimento non può essere qualificato come ‘opera d’autore’ ai sensi della Direttiva 2001/29, giungendo così a concludere che una normativa nazionale (nella specie la legge sul diritto d’autore dei Paesi Bassi) non può essere interpretata “in modo da conferire una tutela ai sensi del diritto d’autore al sapore di un alimento”.