Lo scorso 8 ottobre il Parlamento europeo ha approvato la Relazione sulla possibile estensione della protezione delle indicazioni geografiche dell’UE ai prodotti c.d. “non agricoli”.

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L’UE tutela ad oggi le indicazioni geografiche (IG), con riferimento però ai soli prodotti agricoli e alimentari, ai vini, ai vini liquorosi e alle bevande spiritose. Manca quindi una forma di protezione per i c.d. prodotti non agricoli, quali ad esempio i prodotti dell’artigianato locale.

Al termine della consultazione pubblica lanciata sul Libro Verde della Commissione europea, il Parlamento si è pertanto dichiarato favorevole alla concessione di una specifica forma di protezione per i prodotti non agricoli a livello di UE.

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Lo scorso 31 gennaio è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge n. 9 del 14 gennaio 2013 recante “Norme sulla qualità e la trasparenza della filiera degli oli di oliva vergini”, definita anche legge “salva olio Made in Italy”. Questa legge introduce nel mercato di oli “Made in Italy” una serie di novità significative dirette da un lato a garantire maggiore trasparenza in materia e dall’altro a combattere il fenomeno della contraffazione nell’ambito del commercio degli oli di oliva vergini.

Va subito detto che questa legge è attualmente in vigore, ma potrà essere motivo di una procedura d’infrazione da parte dell’Unione Europea dal momento che già il suo disegno legislativo, notificato lo scorso 21 novembre 2012 alla Commissione Europea, era stato da quest’ultima sospeso sino al 22 novembre 2013, perché ritenuto in contrasto con la normativa comunitaria vigente in materia.

La Commissione Europea ha infatti sostenuto che il testo legislativo italiano apporti limiti più restrittivi rispetto a quelli fissati dal Regolamento comunitario n. 61/2011 (che modifica il Regolamento comunitario n. 2568/91 relativo alle caratteristiche degli oli d’oliva e degli oli di sansa d’oliva nonché ai metodi di analisi ad essi attinenti) con riferimento alla presenza di alchil esteri nell’olio di oliva vergine. Ed invero, mentre il predetto Regolamento stabilisce che la somma degli etil esteri e di metil esteri degli acidi grassi, insieme definiti alchil esteri, deve essere uguale o inferiore a 75 mg o avere un valore compreso tra i 75 mg e 150 mg, mantenendo un rapporto tra i due valori uguale o inferiore a 1,5, dal momento che un valore elevato di etil esteri sarebbe indice di fermentazione e di cattiva conservazione delle olive, l’Italia porta invece il valore della presenza di alchil esteri negli oli vergini d’oliva a 25/30 mg. E ciò al fine di rafforzare la tutela dell’olio d’olia vergine “Made in Italy” rispetto ad altri tipi di olio con caratteristiche e proprietà organolettiche diverse e non adeguate ed al fine di evitare frodi in danno ai consumatori. Una restrizione questa che, seppur condivisibile dal punto di vista delle finalità di tutela perseguite dall’Italia, sarebbe discriminante per gli oli provenienti da altri Stati membri e prodotti nel rispetto della disciplina comunitaria, con ripercussioni sugli scambi intra-UE.

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Sono sempre di più i casi di supposta decettività della comunicazione commerciale circa la reale origine geografica dei prodotti, trattati dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nel quadro della disciplina sulle pratiche commerciali scorrette o ingannevoli. Benché tecnicamente in questi casi non sia ovviamente applicato il diritto dei marchi, è spesso inevitabile che la decettività o meno di un marchio venga in considerazione, anche se solo indirettamente. Segnalo sul punto il recente caso del miele a marchio “Perla dell’Etna”, in cui l’AGCM (con delibera del 13 luglio scorso) ha sanzionato la società Perla Alimentare S.r.l. ritenendo che essa abbia posto in essere una pratica commerciale scorretta per avere – tramite la specifica comunicazione pubblicitaria oltre che l’uso del marchio “Perla dell’Etna” – veicolato il messaggio dell’origine siciliana del miele commercializzato, nonostante fosse in realtà espressamente indicata sulla capsula di ogni singolo vasetto la reale provenienza del prodotto, cioè spesso la Spagna. Riporto di seguito un estratto della decisione pubblicata nell’ultimo bollettino AGCM: “L’effetto grafico complessivo è quindi suscettibile di veicolare al consumatore un’informazione decettiva in merito all’effettiva origine del prodotto e di ingenerare l’erroneo convincimento che si tratti di miele tipico siciliano, nonostante l’origine dello stesso sia – in realtà – spagnola. Detti richiami – presenti, altresì, nel marchio – sono tali da trarre in inganno i consumatori, indotti da tali insistenti riferimenti a ritenere che siano in procinto di acquistare un tipico miele di origine siciliana, mentre – in realtà – si tratta per la maggior parte di mieli di origine estera, perlopiù spagnola. Più in generale, l’indicazione d’origine del miele, (…) è riportata con inadeguata evidenza grafica per la defilata posizione assunta sulla confezione e l’evidente sproporzione dei caratteri utilizzati, in modo non idoneo a veicolaretna.jpge al consumatore l’effettiva provenienza del prodotto, non bilanciando i numerosi e maggiormente evidenti riferimenti all’area geografica siciliana”. Da notare che il provvedimento dell’AGCM (ora suscettibile di impugnazione davanti al TAR Lazio) sanziona il comportamento complessivo della società in ordine alla comunicazione commerciale oggetto di giudizio, ma sembrerebbe non colpire l’uso del marchio “Perla dell’Etna” di per sé su prodotti non originari della regione etnea.

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Il 19 febbraio 2011 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la legge n. 4 del 2011 recante disposizioni in materia di etichettatura e di qualità dei prodotti agroalimentari. Al fine di migliorare la qualità e la sicurezza degli alimenti, il nuovo testo opta per un’informazione più completa ai consumatori circa la reale provenienza dei prodotti. All’art. 4 comma 1, è previsto che tutti i prodotti alimentari debbano recare l’indicazione del luogo di origine o di provenienza. Al successivo comma 2 è operata una distinzione tra prodotti alimentari non trasformati, per i quali l’indicazione del luogo di origine o di provenienza coincide con il Paese di produzione dei prodotti, e prodotti trasformati, per i quali l’obbligo di indicazione del luogo di origine o di provenienza è soddisfatto mediante l’indicazione del luogo in cui è avvenuta l’ultima trasformazione sostanziale oltre che del luogo di coltivazione e allevamento della materia prima agricola prevalente utilizzata nella preparazione o nella produzione dei prodotti. La parte più significativa della nuova legge è senza dubbio quella relativa ai prodotti alimentari trasformati. L’obbligo di indicare il luogo in cui è avvenuta l’ultima trasformazione sostanziale non dovrebbe presentare grosse difficoltà: la norma infatti adotta un wording già utilizzato nel codice doganale comunitario e più precisamente agli articoli 23 e 24 del Regolamento 2913/1992/CE, in cui si fa riferimento al “paese in cui è avvenuta l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, economicamente giustificata ed effettuata in un’impresa attrezzata a tale scopo, che si sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo od abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione”. Diversamente, l’obbligo di indicare la provenienza della “materia prima prevalente” potrebbe non essere banale. È verosimile infatti che, nelle filiere produttive facenti capo ai grandi gruppi alimentari e non solo, gli approvvigionamenti di materia prima per la preparazione dei prodotti “trasformati” (la pasta, per esempio) abbiano origine diversa. Per esempio, visto che l’Italia attualmente importa dall’estero il 56% del fabbisogno di grano duro potrebbe essere che in una stessa partita di confezioni di pasta alimentare confluiscano confezioni che, in quanto prodotte con grano duro proveniente da Paesi differenti,sicurezz. alimentare 1.jpg dovranno indicare origini diverse e, quindi, etichette diverse. È degno di nota, tuttavia, che il comma 3 dell’art. 4 della legge rimette ai decreti attuativi (ancora in corso di approvazione) la definizione delle modalità con cui adempiere all’obbligo di indicazione obbligatoria  dell’origine dei prodotti. Al momento quindi la parte più contestata della nuova legge non ha effetti pratici. Peraltro, non è da escludere che i decreti attuativi ci mettano moltissimo ad essere adottati. Allo stato attuale, quindi, non esiste un obbligo generalizzato di indicazione dell’origine o provenienza dei prodotti alimentari. Ciò fatte salve, ovviamente, le leggi speciali. Per esempio, l’obbligo esiste con riferimento  a prodotti ortofrutticoli, carni avicole, carni bovine, miele, uova, latte fresco, prodotti della pesca. Esistono poi norme che consentono, su determinati prodotti, il riferimento al luogo di origine geografica solo in caso di rispetto di determinate condizioni (oli di oliva vergini e prodotti che possono fregiarsi di dop o igp). Al di fuori di questi casi, la legge stabilisce che “i prodotti alimentari preconfezionati destinati al consumatore devono riportare (…) il luogo di origine o di provenienza, nel caso in cui l’omissione possa indurre in errore l’acquirente circa l’origine o la provenienza del prodotto” in base a quanto disposto dall’articolo 3 d. lgs. 109/1992”. Un interessante approfondimento sulla tematica si trova sul numero di marzo di FOOD.