pratiche commerciali scorrette

Continuerà a Singapore a fine mese (23 – 27 marzo) la battaglia che vede contrapposti gliimage blog.jpg interessi dei produttori vitivinicoli, prevalentemente europei, e l’ICANN, sulla concessione dei domini “.wine” e “.vin”, che potrebbe avere un enorme impatto in materia di tutela delle indicazioni geografiche nel settore del vino dal rischio di frodi e contraffazione in internet. 
Su questo blog abbiamo già parlato dell’ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers – organizzazione con sede a Los Angeles che si occupa della gestione e assegnazione, a livello mondiale, dei nomi a dominio in internet) e della politica di liberalizzazione dei nomi a dominio da questa inaugurata nel 2011 al fine di  accrescere la concorrenza e la competitività anche sul web.
In pratica tale liberalizzazione ha consentito la registrazione di nuovi domini di primo livello generici (generic Top-Level Domain o gTLD) personalizzati, che si aggiungono ai domini già esistenti, ovvero ai “classici” .com, .org, .gov., .net ecc.. Ad esempio, alcune aziende hanno registrato gTDL in funzione della propria attività (.hotel, .fashion, .food ecc.), mentre altre hanno richiesto la registrazione come gTDL del proprio marchio (.apple, .facebook, .nike ecc.).
Il problema è sorto quando quattro società (Usa, Irlanda e Gibilterra), completamente estranee al settore vitivinicolo hanno richiesto all’ICANN l’assegnazione dei domini “.wine” e “.vin”, con l’intento di commercializzarli ed avere un ritorno sui propri investimenti. 
Ma ciò che ha più allarmato i produttori di vino e le associazioni che li rappresentano è che i dossiers presentati dalle società richiedenti prevedono anche la possibilità di concedere a terzi dei nomi a dominio “premium”, il cui contenuto non è specificato, e che potranno essere venduti all’asta al migliore offerente. 
In buona sostanza esiste il rischio che nomi a dominio contenenti celebri indicazioni geografiche (ad esempio chianti.wine, bordeaux.wine o brunello.vin) siano utilizzati da imprese che nulla hanno a che vedere con i vini di qualità delle denominazioni indicate e che il consumatore possa essere fuorviato dai domini utilizzati.
Inizialmente l’ICANN sembrava favorevole alla libera concessione dei suddetti domini “.wine” e “.vin” ma dopo le numerose proteste ricevute ha deciso momentaneamente di sospenderne l’assegnazione. 
Questa decisione ha provocato una vera e propria battaglia tra chi, come gli Stati Uniti, ne vorrebbe la libera assegnazione, e chi invece sottolinea la pericolosità di una simile liberalizzazione, tra cui sono schierate in prima linea la Commissione Europea, la Federazione Europea dei Vini di Origine (EFOW) e il GAC (ovvero il comitato consultivo formato dai Governi di diversi Paesi all’interno dell’ICANN stesso).
Ci si chiede, allora, perché Unione Europea e Stati Uniti si trovano su posizioni così diametralmente opposte?
Entrambi, sappiamo, sono firmatari dell’Accordo TRIPs (Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights) del 1994, che all’art. 22 tutela le indicazioni geografiche consacrandole come veri e propri diritti di proprietà intellettuale, e all’art. 23 disciplina in particolare le indicazioni geografiche di vini e liquori. Le norme TRIPs, però, non contemplano una normativa uniforme per tutti i Paesi firmatari ma prevedono che ciascun Paese provveda a predisporre gli strumenti giuridici atti a proteggere i consumatori dall’uso fuorviante di indicazioni geografiche; sicché, se da un lato l’Europa riconosce alle IG quella funzione di differenziazione del prodotto sul mercato, tipico dei diritti di IP, anche con una normativa ad hoc (Reg. 510/2006), all’opposto gli Stati Uniti tendono a non considerare le IG quali veri e propri diritti di proprietà intellettuale, ritenendo sufficiente la protezione accordata mediante la registrazione dei marchi. 
Pertanto, sull’argomento la tensione tra UE e Stati Uniti  rimane altissima, e con l’auspicio con questa vicenda si concluda presto e nel miglior modo possibile per gli operatori del settore vitivinicolo – una delle eccellenze del nostro Paese – aspettiamo l’esito del prossimo meeting ICANN di Singapore previsto per fine mese.
Ovviamente questo problema, che oggi interessa il settore del vino, può estendersi ad altri settori alimentari, qualora altri nuovi domini di primo livello come “.food” o “.pizza”, solo per fare alcuni esempi, vengano utilizzati in modo illecito in Paesi ove le indicazioni geografiche non ricevono adeguata tutela.  
La politica di liberalizzazione adottata dall’ICANN potrebbe quindi comportare dei rischi per le nostre produzioni agroalimentari e si ravvisa quanto mai la necessità di un intervento normativo che stabilisca a tutela delle indicazioni geografiche una disciplina uniforme e valida per tutti.

 

 

regalo.jpegIn questi tempi di crisi economica, i canali di pubblicità tradizionali fanno sempre più fatica ad attrarre investimenti. Per contro, assistiamo al boom di canali alternativi come manifestazioni a premio, promozioni, coupon, premi, buoni sconto, voucher, gift cards ecc. nonché al successo planetario di siti web come Privalia e Groupon. Il successo di questi nuovi strumenti è dovuto alla loro capacità di intercettare le esigenze di parsimonia e risparmio che sono sempre più sentite dai consumatori europei. Una recente decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (caso C-428/11) affronta il tema, precisando alcuni dei limiti che devono essere rispettati dai soggetti che vogliano proporsi sul mercato dell’Unione utilizzando questi strumenti promozionali. In particolare, la sentenza della Corte riguarda la fattispecie dei messaggi pubblicitari che reclamizzano un prodotto o servizio attraverso la vincita di un premio. Secondo la Corte, costituisce pratica commerciale vietata dalla direttiva 2005/29/CE dare al consumatore la falsa impressione di aver già vinto un premio, quando egli è obbligato a versare del denaro o a sostenere un costo, di qualsiasi natura, per scoprire cosa ha vinto o prendere possesso del premio.

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macine-biscotti.jpgCome reso noto da numerosi mezzi di informazione, il 30 novembre 2011 Plasmon ha lanciato a mezzo stampa e internet una pubblicità in cui l’effetto comunicativo della destinazione dei prodotti Plasmon alla primissima infanzia (da 0 a tre anni) viene ottenuto mettendo a confronto i prodotti Plasmon con prodotti Barilla (i ”Piccolini”) e Mulino Bianco (le “Macine”). Questi ultimi vengono descritti come prodotti “per adulti” per via del livello di pesticidi in essi presente, livello che – stando alla campagna pubblicitaria – è più basso nei prodotti Plasmon, giudicati più adatti per i più piccoli. Ritenuto che le modalità comunicative adottate da Plasmon costituiscono violazione delle norme in materia di pubblicità comparativa, nonché atto di concorrenza sleale, Barilla ha immediatamente reagito, sui mezzi di informazione e innanzi all’autorità giudiziaria, depositando ricorso cautelare per inibitoria e provvedimenti consequenziali nei confronti di Plasmon e della controllante Heinz. Con decreto in data 3 dicembre 2011, il Tribunale di Milano ha inibito Plasmon dalla prosecuzione della pubblicità contestata, fissando una penale di € 100.000 per ogni girono di ritardo. Nel motivare il provvedimento, il giudice ha in particolare ritenuto che, ad una prima analisi, la pubblciità di Plasmon appare non rispettosa dei canoni di una comparazione oggettiva tra caratteristiche “essenziali, pertinenti, verificabili e rappresentative” (art. 4 lett. c del d. lgs. 145 del 2007). In particolare (i) la pubblicità Plasmon darebbe particolare risalto al termine “pesticida”, termine idoneo a trasmettere un messaggio di pericolosità per i consumatori, mentre verrebbe dato un risalto minimo all’unità in cui sono espressi i valori, che è di microgrammi (µg/Kg) per chilo – il valore indicato è quindi una quantità minima; (ii) nel comparare i livelli di queste sostanze presenti rispettivamente nei prodotti Plasmon e Barilla – parametro di difficile comprensione per il consumatore – la pubblicità indica i valori numerici relativi ai soli prodotti Barilla, mentre per i prodotti Plasmon viene indicata una freccia verde. In tal modo Plasmon fornirebbe un’informazione non verificabile dal pubblico. Con motivazione non chiarissima il giudice ha inoltre ritenuto illegittima la comparazione anche ai sensi dell’art. 4 lett. b) d. lgs. 145/2007, in quanto si tratterebbe di prodotti atti a soddisfare bisogni diversi (bambini da 0 a tre anni per Plasmon, mentre bambini sopra i tre anni, adolescenti e adulti per i prodotti Barilla e Mulino Bianco). Poichè l’utilità pratica dell’azione svolta da Barilla potrebbe essere pregiudicata  dalla prosecuzione della campagna pubblicitaria nel tempo necessario all’instaurazione del contraddittorio nei confronti di Plasmon, il provvedimento è stato emesso nelle forme del decreto inaudita altera parte, con udienza per la discussione fissata per il 28 dicembre.

Sono sempre di più i casi di supposta decettività della comunicazione commerciale circa la reale origine geografica dei prodotti, trattati dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nel quadro della disciplina sulle pratiche commerciali scorrette o ingannevoli. Benché tecnicamente in questi casi non sia ovviamente applicato il diritto dei marchi, è spesso inevitabile che la decettività o meno di un marchio venga in considerazione, anche se solo indirettamente. Segnalo sul punto il recente caso del miele a marchio “Perla dell’Etna”, in cui l’AGCM (con delibera del 13 luglio scorso) ha sanzionato la società Perla Alimentare S.r.l. ritenendo che essa abbia posto in essere una pratica commerciale scorretta per avere – tramite la specifica comunicazione pubblicitaria oltre che l’uso del marchio “Perla dell’Etna” – veicolato il messaggio dell’origine siciliana del miele commercializzato, nonostante fosse in realtà espressamente indicata sulla capsula di ogni singolo vasetto la reale provenienza del prodotto, cioè spesso la Spagna. Riporto di seguito un estratto della decisione pubblicata nell’ultimo bollettino AGCM: “L’effetto grafico complessivo è quindi suscettibile di veicolare al consumatore un’informazione decettiva in merito all’effettiva origine del prodotto e di ingenerare l’erroneo convincimento che si tratti di miele tipico siciliano, nonostante l’origine dello stesso sia – in realtà – spagnola. Detti richiami – presenti, altresì, nel marchio – sono tali da trarre in inganno i consumatori, indotti da tali insistenti riferimenti a ritenere che siano in procinto di acquistare un tipico miele di origine siciliana, mentre – in realtà – si tratta per la maggior parte di mieli di origine estera, perlopiù spagnola. Più in generale, l’indicazione d’origine del miele, (…) è riportata con inadeguata evidenza grafica per la defilata posizione assunta sulla confezione e l’evidente sproporzione dei caratteri utilizzati, in modo non idoneo a veicolaretna.jpge al consumatore l’effettiva provenienza del prodotto, non bilanciando i numerosi e maggiormente evidenti riferimenti all’area geografica siciliana”. Da notare che il provvedimento dell’AGCM (ora suscettibile di impugnazione davanti al TAR Lazio) sanziona il comportamento complessivo della società in ordine alla comunicazione commerciale oggetto di giudizio, ma sembrerebbe non colpire l’uso del marchio “Perla dell’Etna” di per sé su prodotti non originari della regione etnea.